Sui confini. Il Giardino con i Campanelli

Oltre la montagna Stefania Calesini Transpersonale

C’era una volta una Maga che andava per il Mondo, e mentre cavalcava per una strada sulle colline, vide da lontano un Giardino circondato da un porticato.
Il Giardino un tempo era un chiostro, e attorno aveva ancora le colonne, ma tutto quel che c’era un tempo, ora non c’era più. Le colonne erano traballanti, i muri sconnessi e con crolli, il tetto era volato via e il cancello aveva la serratura rotta.
Nel centro svettava uno strano albero, che ai suoi rami aveva appesi dei Campanelli. “È proprio bello quel Giardino, anche se è un po’ malandato – pensò la Maga, che vedeva oltre le apparenze – chissà cosa gli è successo. Mi ricorda un Giardino nel mio Regno, tanto tempo fa.” Così diresse il suo Cavallo da quella parte, e prese la strada verso il Giardino.
“Cosa sapete di quel Giardino?” chiedeva agli Uccellini e agli Scoiattoli che incontrava.
“È un Giardino molto gentile e buono – rispondevano – ci accoglie sempre con gioia.”
“Ma come? ti piace quel Giardino? È tutto disastrato!” esclamavano i Cipressi lungo la strada.
“Lascia sempre il cancello aperto, e così entrano bestie di ogni tipo e danneggiano tutto” si lamentavano le Felci vicino al ruscello.
“È un Giardino troppo ingenuo e sciocco – sentenziavano le Querce sulle colline – crede che tutti siano buoni e ne vede solo i lati positivi, ma, purtroppo, non è così e c’è chi si approfitta della disponibilità altrui, o che sente il bisogno di distruggere. L’altro giorno è entrato un cavaliere col suo cavallo. Mentre il cavaliere suonava la Cetra, il suo cavallo ha pestato e mangiato erbe e fiori, ha sporcato dappertutto, e alla fine il cavaliere non ha chiesto neanche scusa e non ha detto neanche grazie. Il Giardino ascoltava la Cetra e sembrava che non si accorgesse del resto. Dovrebbe tenere il cancello sempre chiuso.”
“È un peccato però, è proprio un bel giardino” sospirarono i Ciclamini sul bordo della strada.
La Maga arrivò vicino al Giardino, scese da Cavallo e legò le briglie a un ramo. “C’è qualcuno? C’è qualcuno qui?” chiese ad alta voce. Non ci fu risposta, solo un piccolo suono di Campanelli dell’albero; la Maga allora spinse piano il Cancello ed entrò, e tutti i Campanelli iniziarono a suonare….

in “Fiabe per Principesse e Principi Curiosi”, Fontana Editore 2023

La difficoltà di non riuscire a difendere i propri confini si può manifestare nel non sapere dire di no, di non riuscire ad impedire che qualcuno si approfitti della propria generosità, nell’essere sempre e comunque disponibili, nel giustificare in ogni caso le richieste altrui. Posso avere la sensazione fisica che il mio stesso corpo non abbia una superficie definita, delimitata, come se fosse possibile entrare, attraversare, trapassare il corpo, come se io fossi un castello con le mie mura demolite; come se fossi un giardino con la mia recinzione abbattuta, e tutti, chiunque, può entrare, anche chi può fare danni.

Potrei anche non avvertire di essere invaso, se sono stato così abituato a questa condizione da ritenerla normale.

Ma se mi sento come costretto/a a non porre confini, e internamente avverto un fastidio, il fastidio che avverto mi è utile: è il fastidio che mi può portare a voler imparare a mettere confini e di sentirli corretti per me.

Uno dei mezzi che ho è recuperare il senso del mio valore; è comprendere che la parte che mi ha fatto cedere, che mi ha reso così accondiscendente, voleva proteggermi, e rendermi conto che anche in questa condizione sono stato/a capace di essere importante, di fare cose importanti.

Transpersonale, cosa non è

Transpersonale Stefania Calesini Oltre la montagna

La parola Transpersonale può originare dubbi sull’ambito cui appartiene.
Qui è riportata parte di un articolo di Luigi Lattuada, Direttore dell’Integral Transpersonal Institute di Milano.

Il transpersonale non è l’extra personale
Indagando la differenza tra contenuti transpersonali e contenuti extrapersonali, il confine sembra situarsi al limite del “sacro”. Ciò significa che fenomeni diversi, apparentemente simili, sono espressione di livelli diversi di coscienza. Fenomeni come la telecinesi, la levitazione, la radioestesia, la radionica, il fachirismo, il lavoro con i cristalli, le percezioni extrasensoriali, il camminare sul fuoco, e così via sono assolutamente extrapersonali. Mentre l’esperienza del sé, del supercosciente, il contatto con gli archetipi superiori, così come l’intuizione, la creatività, le esperienze mistiche, le guarigioni spirituali, l’esperienza delle energie sottili e alcuni fenomeni di trans-identificazione, di incarnazione e di “vite passate” sono transpersonali.

Il transpersonale non è new age
Gli ultimi decenni del XX secolo sono stati caratterizzati dall’esplosione del fenomeno New Age, in particolare nella musica, nella letteratura e nei metodi di cura a sfondo esoterico o spirituale. La cultura di cui tutto questo è espressione è spesso superficiale, irrazionale e fideistica (credere senza riserve). Di solito si rivolge a un mercato di consumo di massa, in cui le persone non vogliono sapere veramente chi sono e cercano semplicemente soluzioni facili e senza sforzo. La guarigione o le conquiste spirituali sono spesso offerte nello stesso modo semplice usato per ottenere successo e ricchezza, mentre l’enfasi è posta sugli aspetti positivi e su un risultato garantito. Il sacrificio, il lavoro su di sé, la cura e lo spirito critico sono di solito lasciati da parte. La visione transpersonale invece non contrasta la ragione, ma la trascende (cioè integra, unisce) con l’intuizione che la include. Non esclude l’ombra (ciò che neghiamo in noi), ma dà suggerimenti su come contattarla e conoscerla; non chiede un’accettazione cieca, ma offre modelli di convalida dell’esperienza interiore, non divide il sentire in emozioni negative e positive, ma dà sostegno nel cercare il messaggio che sta in ognuna di esse. Non cerca proseliti e non promette scorciatoie per il paradiso; non è per tutti, ma solo per chi è disposto a intraprendere un cammino impegnativo verso la propria vera natura. Non ha un atteggiamento antiscientifico e fideistico, ma piuttosto lavora a favore dell’ampliamento dei metodi scientifici e dei loro campi d’azione.

Il transpersonale non è una religione
Il movimento transpersonale non è un movimento legato a date religioni, o un’alternativa alle dottrine religiose strutturate e alle tradizioni spirituali organizzate. Piuttosto, studia e cerca di favorire l’esperienza “religiosa” intesa come esperienza di senso e spirituale, cioè l’esperienza interiore del Sé. I suoi campi di interesse non sono dogmi, credenze, verità rivelate, prassi di culto, riti, ma le qualità e potenzialità più propriamente umane e gli strumenti utilizzati per risvegliarle. In altre parole, si occupa delle modalità attraverso le quali ciascuno può raggiungere una spiritualità personale e le caratteristiche ad essa connesse.

La mia gamba destra

oltre la montagna stefania calesini transpersonale counseling

La mia gamba destra
non è uguale alla sinistra.
La destra è impaziente
non sopporta attesa e interruzione,
disinvolta cammina veloce
con fare sicuro e tranquillo.

Quella sinistra saggia il terreno,
cerca il piano, –ohi vacillo–
formicola, teme,
sente un dolorino,
si trattiene.

E io quassù che sento richieste fastidi e lamenti,
le nascondo sotto lunghe gonne e pantaloni
per farle sembrare normali e coerenti,
e dico ora all’una ora all’altra
-Insomma deciditi- o -Perché non rallenti?-

in Panorami d’Alchimista, Edizioni Dialoghi, 2023

Avere più parti, anche in contraddizione, dentro sé stessi fa parte della natura umana. A volte è solo un “vado al mare o in montagna?”, qualche cosa di relativa importanza.
Ma quando queste Parti corrispondono a esigenze profonde di cui non sono consapevoli, e si traducono in comportamenti un po’ “problematici”, andare a riconoscere queste Parti, le loro esigenze e i comportamenti che ne derivano, mi porta a riconoscere i meccanismi di comportamento inconsapevoli che ripeto.
E poi a comprendere “CHI” alla fine “decide” cosa fare, come agire.
Imparare a vedere e ad ascoltare queste Parti e il loro dialogo interno mi porta a non far comandare ora una ora l’altra, ma a prenderne “il comando”, la gestione, come farebbe un Re o una Regina con i suoi Ministri, un Manager con le risorse che ha a disposizione.

p.s. grazie a Nora (gamba destra) e ad Annie (gamba sinistra) per lo spunto poetico

Sul rifiuto. Il Libriccino e i Bibliotecari

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C’era una volta un Libro piccolino, un Libriccino appena nato nella Biblioteca, e le sue pagine si stavano riempiendo di parole nuove di zecca. Il Libro era piccolino, e le sue parole erano parole fresche e sincere, ricche della saggezza dell’innocenza, e riflettevano la Sorpresa, lo Stupore, la Perplessità e le Domande di un piccolo Libriccino che stava riempiendo le sue pagine.
Le parole di Stupore, Sorpresa, Perplessità e le Domande nascevano dalle cose belle del Mondo; e nascevano anche dalle cose incomprensibili e strane del Mondo. “Ora scriverò le parole – si diceva il Libriccino, che era piccolo e sensibile – anche se non capisco bene cosa significano, poi vedrò di capirle e di metterle bene ordinate.”
Nella Biblioteca il Direttore Bibliotecario non era per nulla interessato ai Libriccini piccoli e alle loro parole; preferiva le Enciclopedie Antiche e i Libroni Grossi, con tantissime parole che erano lì da secoli, scritte fitte fitte, e che sapeva ormai a memoria. Il Libriccino piccolo, ogni volta che il Direttore Bibliotecario gli passava davanti, gli apriva le sue paginette per fargli leggere le parole che aveva scritto, come a dire “Guarda che ci sono anche io! Aiutami a capire, leggi attentamente del mio stupore e della mia perplessità” e anche aspettando in cuor suo uno sguardo di approvazione o per lo meno di felice sorpresa o di attenzione.
Ma il Direttore Bibliotecario lo richiudeva con un gesto brusco – tanto che a volte il Libriccino sentiva male alla copertina – e passava oltre, intento ad andare a consultare i suoi Libroni Grossi e le sue Enciclopedie Antiche.
Il Libriccino, seppur ci rimaneva male, giustificava il Direttore Bibliotecario “Ha così tante cose da fare! In questo periodo non avrà tempo! La prossima volta sicuramente mi leggerà. E poi anche io diventerò grande, e allora quando succederà, mi leggerà senz’altro!” E difatti il Libriccino continuava a riempire le sue pagine di parole, e continuava ad aprirle davanti al Direttore Bibliotecario ogni volta che costui gli passava vicino. E il Direttore Bibliotecario continuava a non considerarlo e a chiuderlo con noncuranza; “Ma insomma, cosa pretende questo libriccino? E come insiste! Non voglio perdere tempo con queste stupidaggini e bambinate!” pensava…

Da bambino, forse mi è capitato di sentire di essere non riconosciuto, rifiutato, biasimato e sgridato per come sono, per il mio non essere conforme alle aspettative/bisogni del genitore. Questo mi può provocare un senso di profonda ingiustizia, un senso di tradimento.

Probabilmente poi ho cercato di giustificare, in qualche modo, il genitore che usa con me tale atteggiamento, poiché sono completamente dipendente da lui, e non riesco a pensare di non essere amato. E probabilmente il comportamento degli altri adulti intorno a me avrà “dato ragione” al genitore.

Poi cresco, con l’adattamento che riesco ad effettuare nell’ambiente in cui vivo, e faccio una vita “normale”. Ma avrò imparato a guardare il mondo con le lenti che mi si sono formate da bambino, sarò condizionato dal modo in cui mi siamo difeso, quella volta, dalle emozioni così difficili che ho provato.

Questo modo a volte mi renderà incapace di affrontare le difficoltà del presente in maniera adulta: il mio cervello emotivo ha “congelato” il momento del dolore originario, ogni rifiuto mi porterà a quel dolore, che mi sembrerà sempre più grande, e re-agirò mosso, condizionato, da quel dolore di allora. La mia reazione quindi non mi sarà utile a risolvere “il problema” del presente, non mi aiuterà a risolvere una difficoltà personale o relazionale che ho nel presente, né a cancellare quel dolore.

Non posso certo cambiare quello che mi è successo, posso però imparare a distinguere e a separare l’emozione difficile di allora dall’emozione difficile di adesso. Posso imparare a vedere in me il bambino, le sue emozioni, il modo in cui si è protetto da ciò che era troppo per lui. E a comprendere l’emozione del presente, ad agire secondo le necessità e la maturità di adesso, a non alimentare quel dolore, a sentirlo -un po’ alla volta- sempre più leggero.

Vivere con la mancanza. La Principessa ed il Terribile Buco nel Giardino

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C’era una volta una Principessa che aveva un bel Giardino, con arbusti armoniosi, siepi colorate, alberi generosi di frutti, piante fiorite in tutte le stagioni, e a lei piaceva molto curarlo; ma un giorno, mentre passeggiava, la Principessa si accorse che, proprio nel bel mezzo del Giardino, c’era un Buco, un Terribile Buco buio e profondo, così buio e profondo, che non ne si vedeva il fondo.
“E adesso come faccio, con questo Terribile Buco nel mio Giardino? – si chiedeva la Principessa – E come mai c’è questo Buco?” La Principessa continuava piantare e a curare piante e fiori nelle aiuole del Giardino, con la consueta armonia, e sistemava tutto per bene, ma si ritrovava, nel suo andare e venire, sempre a passare vicino al Buco, come se non ne potesse fare a meno, e questa cosa per lei era molto faticosa da sopportare. “Ma perché c’è questo Buco – pensava – ora non è più un bel Giardino come prima, come io vorrei che fosse! Non voglio questo Buco!”
Poi pensò: “Anche se è proprio fondo fondo, a un certo punto il Buco finirà, posso riempirlo.” E così, presa una bella Pala e un Secchio, si mise a scavare, prendendo terra da altre parti del Giardino o fuori dal Giardino, e iniziò a rovesciare il contenuto del Secchio nel Buco. Poi andava a vedere se il Buco si riempiva, o almeno se si vedeva il fondo, ma niente. Il Buco era sempre buio e fondo e non si vedeva il fondo. Anzi, il Buco pareva allargarsi e la Principessa a volte scivolava e per poco non ci cadeva dentro.
La Principessa, mentre continuava a curare il suo Giardino per sé e per la sua tribù, pensò allora di ornare i bordi del Buco e piantò fiori, cespugli, frutti, e tante cose belle, e venne fuori un bel lavoro, del quale era soddisfatta, ma comunque sapeva che dietro, seppur nascosto, il Buco c’era sempre, e ogni volta che guardava da quella parte, il suo volto si velava di tristezza.
Allora la Principessa cercò qualcuno che potesse aiutarla. “Ehi, c’è qualcuno che può aiutarmi a riempire questo Buco? – chiese – il Giardino è mio, ma tutti venite a passeggiare, e a godere della sua ombra, dei suoi fiori e della sua armonia!”
Arrivò la Regina, e poi il Re, e anche Sovrani da altri Regni, ma o proprio non si rendevano conto che c’era un Buco, o non conoscevano il modo giusto per riempirlo, e neanche sapevano dove prendere la Terra adatta, e forse ora non avevano voglia di imparare a farlo. Arrivarono Principi e Principesse, anche da altri Regni, e Contadini, Ingegneri, Pastori, Medici, Uomini e Donne. Qualcuno portava qualche secchio di Terra per riempire il Buco, e qualcun altro aveva idee per riempirlo. La Principessa li stava a sentire speranzosa, poi ci provava, e a volte sembrava che il Buco fosse meno fondo, ma poi si scopriva che era sempre fondo, o addirittura più fondo di prima, e rimaneva sempre lì. Arrivarono anche Geologi Specializzati in Terribili Buchi, e le diedero una ricetta, dicendo “Leggi!”. Ma la Principessa non riusciva proprio a decifrarla, e il Buco si allargava…

da “Fiabe per Principesse e Principi Curiosi” Fontana Editore, 2022

Cresciamo e continuiamo a sentire un senso di mancanza, del tutto legittimo. Per chi lo sente, quella mancanza può diventare un buco fondo che assorbe continuamente attenzione, energia, tensione.
Cosa può succedere? che la parte di noi che sente questa terribile mancanza comincia a invadere ogni cosa col suo dolore, diventa il metro di misura con cui considerare tutto il resto, che perde di importanza, nonostante dentro al “tutto il resto” ci siano tanta ricchezza e tante possibilità.
Ma… se e quando riusciamo ad accogliere il messaggio di questa emozione così difficile, allora possiamo riuscire a trovare quel po’ di centratura che basta per decidere, per partire.
Cosa posso usare per partire? due cose. Una, la com-passione con la quale posso riconoscere che il dolore è patrimonio comune dell’esperienza umana, non appartiene solo a me.
Posso imparare a provare compassione, tenerezza e amore, per quella parte che sente così tanto la mancanza.
E posso usare la curiosità. La curiosità mi fa agire, mi fa esplorare, mi fa imparare, mi porta a chiedere e mi rimette in relazione col tutto. Curiosità anche verso la mia stessa esperienza: mostrare interesse per quello che provo, per quello che ho provato, per quello che è successo, per quello che succede ora… per come posso imparare a vivere vicino al buco e riempirlo.

Illustrazione di Marcello di Camillo

Sul controllo. Perché i Gufi hanno gli Occhi Grandi.

Fiabe per Principesse e Principi Curiosi Stefania Calesini Oltre la Montagna

C’è una storia che narra del perché i Gufi hanno gli occhi così grandi, e li tengono spalancati tutta la notte. Pare che ci fu un tempo in cui i Gufi dovettero tenere gli occhi ben aperti, per guardare e controllare tutto quello che succedeva, e così alla fine gli occhi divennero sempre più grandi. Beh, io non so se questa storia è vera, o se è una gufavola, ma è una gufavola interessante, e ve la racconto.
C’era una volta nell’Universo il Pianeta dei Gufi, coperto da una grande GuForesta, dove vivevano Gufi di tutti i tipi. Sul Pianeta i Gufi stavano benissimo, l’unico inconveniente era che ogni numero imprecisato di anni (formula scoperta dai GuFisici, contenente Guf-n variabili incognite), si scatenavano tempeste terribili con un vento violentissimo, che duravano parecchi giorni e facevano cadere molti alberi.
Successe che durante una di queste tempeste, nel Regno dei Guforti, il Re GuFerdinando e la Regina GufAnna, che erano in volo nella GuForesta, furono trascinati via dal Vento della Possibilità, così lontano, così lontano, che nessuno li vide mai più.
Ma la cosa più triste fu che il loro cucciolo, il Principino GuFilippo, rimase all’improvviso senza mamma e senza papà, cioè senza nessuno che si prendesse cura di lui con amore. Pensate un po’ cosa poté provare il piccolo GuFilippo, quando, passata la tempesta, si affacciò dal suo gufonido, realizzato nel Grande GuFaggio Reale, e vide la GuForesta tutta squassata dal vento, e, aspetta aspetta, capì che i suoi genitori non c’erano più. Cadde in una enorme tristezza, e poi gli venne anche una rabbia gufuriosa nei confronti del Vento delle Possibilità, che era stato così ingiusto a portargli via i suoi genitori, e poi ancora verso i suoi genitori, che erano andati in volo proprio durante la tempesta, invece di stare nel gufonido con lui, che era ancora piccolo.
Ma il Pianeta continuò a girare e la vita ad andare avanti, così, dopo la scomparsa del Re GuFerdinando e della Regina GufAnna, i Gufunzionari del Regno si misero a governare tutte le attività e le pratiche del Regno, in attesa che il Principino GuFilippo fosse abbastanza grande per diventare a sua volta Re.
GuFilippo intanto aveva deciso di non volere più brutte sorprese dalla vita, anzi, di non volere proprio sorprese di nessun tipo, che non si sa mai. Iniziò intanto a mettere a posto e tenere in ordine tutti i suoi giocattoli in modo da ritrovarli subito all’occorrenza, e cresceva diventando molto ordinato e preciso. Per questo motivo era considerato dai Gufunzionari molto affidabile, e quindi lo lasciavano fare le cose da solo.
Quando ebbe l’età prevista per diventare Re, fu incoronato Re dei Guforti, e riorganizzò il Regno in modo che tutto potesse essere sotto controllo e che tutto fosse sempre bene in ordine. Istituì il Corpo dei Gufi Guardiani (i cui componenti furono detti GuGu) perché fossero i Controllori di ogni Tipo di Movimento e mettessero tutto a Posto. Così su ogni ramo e rametto del GuFaggio, per controllare chi passava, mise un GuGu di Livello 1…
da “Perché i Gufi hanno gli occhi grandi”, in Fiabe per Principesse e Principi Curiosi, Fontana Editore 2022

Può succedere di essere persone molto controllanti. Di sentire il bisogno di avere tutto sotto controllo, compreso il comportamento degli altri, di essere moooolto “ordinati” e provare un gran fastidio davanti all’altrui “disordine”.

Dove si è originata questa caratteristica della personalità?

Forse ho sperimentato in età infantile una situazione di grande insicurezza, e ora ho bisogno sempre di situazioni certe, vado in crisi per gli imprevisti o per qualsiasi cosa che improvvisamente cambia.

Forse ho subìto io stesso un controllo analogo, e ora ho bisogno di una specie di “rivalsa” sugli altri, e anche su me stesso.

Forse mi sono sentito sbagliato, e ora ho bisogno di essere/mostrarmi perfetto, e di controllare sempre di essere perfetto e di fare sempre cose perfette.

Forse, probabile, un insieme di situazioni simili che complessivamente mi hanno dato la percezione di insicurezza, instabilità, pericolo.

Può darsi che io non ricordi come mi sentivo da piccolo, da piccola, può darsi che, sempre per difesa, dalla mia memoria cosciente sia stato eliminato il ricordo di esperienze dolorose, o che ritenga che non siano importanti.

Quello di cui mi posso accorgere è il fatto di essere controllante, sia che questo mi piaccia o no, e che questo fatto provoca problemi di relazione con gli altri, e mi fa essere rigido e molto esigente con me stesso, ma è così difficile cambiare, e solo il pensiero di cambiare mi mette in crisi.

Ma sono proprio io ad essere controllante, o c’è un “qualcosa” dentro di me che mi spinge a controllare sempre? Posso imparare a considerare questa mia esigenza di controllo come l’azione di una mia “parte interiore”? una parte che si è formata, a suo tempo, per proteggermi dal dolore dell’incertezza, dell’invasione, della svalutazione… e che ha cercato e cerca di evitare, con ogni mezzo, ogni possibile situazione di mancata sicurezza. Poi si è strutturata, ed è rimasta vigile e operativa anche dopo l’infanzia, ed ora costituisce un tratto della mia personalità, del mio carattere, pronta a prevenire o riparare ogni situazione che rimandi a quelle mancanze iniziali. Quindi continua a controllare e forse ora controlla “troppo”.

D’altra parte, il controllo in sé non è né sempre “buono”, né sempre “cattivo”… a volte è troppo, a volte troppo poco, e a volte è utile… c’è un modo di contattare questa parte e provare a parlarle?